Visualizzazione post con etichetta interno 9. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta interno 9. Mostra tutti i post

mercoledì 28 marzo 2012

Any questions?



Non saprei. Che devo dirti? Che è la prima volta che mi trovo in una situazione simile, che ho paura di non essere abbastanza smaliziata e son venuta qui con l’intento proprio di perdere la poca ingenuità che credo di avere, ma che mi piacerebbe tanto possedere, per incontrare un mondo nuovo, fatto di detti impliciti, che devi cogliere, se non vuoi essere fregato, di intenti trasversali, molto velati, secondi fini che appaiono troppo tardi, per poterti aiutare a capire quale sia la piega da far prendere alla situazione.
Domande, nessuna. No, davvero. Niente da dire, se non quanto già detto. Che mi sgolo a farmi capire, a farmi conoscere, ad affermare il mio bene, a spiegare che non è egoismo. Mi sgolo a lottare contro l’incredulità della gente di fronte alla gratuità di parole e di gesti. Mi stanco a pubblicizzare ciò che per gli altri non esiste più. Mi delude dover spiegare che dietro agli angoli si può nascondere la polvere, ma che non sempre le delusioni sono in agguato.
Non mi sembra di dover domandare, semmai vorrei fare proposte. Ho delle fantastiche proposte di collaborazione, qui nella ventiquattrore del mio cuore. Sono una persona volenterosa, e non c’è niente di più bello che lavorare per una causa comune e crederci e sentirsi utili. Non c’è niente di più bello che sentirsi utili e credere di esserlo. Pagami in importanza e indipendenza. Pagami in saggezza ed altruismo. Riempi questi vuoti, per favore, di sincera concretezza. Pagami in stima e rispetto, che non vedo l’ora di provarle.
Possiedo e stringo con finta seraficità l’amore, la protezione, affetti profondi e sinceri, ognuno vero a modo suo, ognuno indispensabile. Son la mia coperta ed il mio cuscino, quando fuori piove o è già mattino, quando ho paura e mi nascondo o quando sono stanca dopo una giornata passata a farlo. 
Stringo maldestra parole appuntite, alle quali non sempre riesco a dare giusto verso e direzione. Fortuna che chi mi ama è paziente ed, al contempo, bersaglio mobile, che sa quando è meglio non farsi colpire.
Stringo disperata una fortuna che mi imprigiona in una delle mille vite che vivo, ma che avrei potuto non scegliere. A volte vivo al pian terreno, altre volte in un attico, ma preferisco una mansarda dove il cielo è più vicino al naso, sottoterra in taverna mi manca il respiro e ci morirei senza luce a scaldarmi e farmi sentire il sole.
Quindi, che domande vuole che le faccia? Ci siam dette niente per non doverci dire tutto. Un tutto che, a prima vista, non sta bene sviscerare e che, io, mi scuso, ma lei proprio non mi piace così tanto da poterglielo confessare. 
Anzi, le dico arrivederci, anche se so che non la chiamerò, così come lei non alzerà la cornetta per me, perché, il tempo che non ha e non sa gestire, lo malgestirà in altro modo la prossima volta. Per cui a lei non ho nessuna domanda da fare, perché di lei non mi interessa proprio nulla.

Poi arrivano occasioni rubate. E mi sento normale ed in colpa nello stesso istante in cui mi affretto al cospetto dell’inesorabile convinzione che non sempre etica della vita ed etica del lavoro possano combaciare abbastanza fedelmente da farti ritenere non responsabile di come gira il mondo.
E, indipendentemente dalle mie capacità, dai miei credo in eco agli ideali, mi tormenta una domanda da una coscienza che spesso piange in silenzio e singhiozza fra bocconi di sushi.
Quanto costa? Qual è il prezzo che non ti riguarda, ma che comunque ti intaschi e ti rende miseramente felice? 
Il prezzo lo si misura meglio in perdite. E se non hai perso niente, forse puoi misurarlo in paura, perché forse hai già pagato troppo e magari non t’hanno manco dato il resto.

How much?

giovedì 8 dicembre 2011





Voglio un'estate calda
di sole allo zenit
e un'ombra nascosta di brividi,
brividi d'ombra e voluttà.
Il sudore che sale
e nel sale del mare
mischiamo
gli umori
in quest'ombra di brividi.
Nascosti dal sole
nell'afa solitaria,
spogliamoci noi,
aspettando le cinque
per una passeggiata.

venerdì 5 agosto 2011

Lucky girl





Beata te
che la tua più grande pretesa era quella di essere portata al mare.
Beata te
che versavi lacrime solo quando non ti sentivi compresa.
Beata te
che ribadivi i concetti solo per convalidare il tuo punto di vista.
Beate te
che un pranzo in famiglia era lo status di qualcosa che non avrai mai.
Beata te
che il tuo problema era mascherare i tuoi capricci in impellenti necessità.
Beata te
che timbravi momenti con titoli di auliche canzoni ormai dimenticate.
Beata te
che lavavi il cervello versando idee condite da vizi ed egoismo.
Beata te
che prima i tuoi problemi e poi invisibili quelli degli altri.


Mai l'avrei detto,
ma ti invidio e ti dico beata.
Beata, ora che per me sei piccola come la più piccola delle zanzare.
Che punge inutilmente nelle notti estive.
In questa estate infuocata,
dove posso pure dimenticarmi di te,
poichè ho l'obbligo di ricordarmi di tutto il resto.

lunedì 27 giugno 2011

Instant karma gonna get you



C'é un attimo che conserva ancora il principio del tutto.
Un attimo di silenzio e affanno,
fra lo spasimo dell'ingordigia.
È un attimo di incontri,
di intrecci di gambe e di braccia,
di sguardi d'attesa col fiato sospeso.
Un attimo che apre ad un piacere
nuovamente ritrovato,
salutare dipendenza
accolta in un sospiro.
Di nuovo un sollievo seguito da un brivido,
gli occhi sfuggono verso l'altrove
di cui mai se ne ha abbastanza.


A quell'attimo sacro, io debbo profonda venerazione.

giovedì 9 giugno 2011

Before you cross the street, take my hand. Life is what happens to you while you're busy making other plans.



C’è stata una volta, lunga soggettive ere geologiche, in cui dalla mia scrivania ogni giorno mi voltavo a sinistra abbassando lo sguardo, a fissarmi sull’attraversamento pedonale in fondo alla via. Avevano riverniciato da poco le strisce ed avevano anche approfittato dell’occasione per farci un dosso, così le macchine dovevano rallentare.
Ogni volta che mi voltavo a guardarlo, pensavo a quante cose intorno a me stavano cambiando. Ogni cosa che cambiava era un pezzo, assolutamente indefinito, di distanza che interponevo fra me e lui. Come se da loro dipendesse anche il temperarsi del mio dolore, un passo in più verso la serenità.
Così ho visto cambiare un divano, le strade e i sensi unici, auto, cartelli, pub e stagioni. Ogni cambiamento, una nuova evoluzione. Lasciar fare passivamente al tempo ciò che attivamente io ero ancora lontana dal comprendere di fare.
Quando mi telefonò, dopo due anni per la prima volta, mi ricordo che mi disse con rammarico che la nostra storia era caduta come le foglie in autunno inoltrato e nessuno dei due aveva avuto l’accortezza di ricercarla sotto quel cumulo di secco arancione. Quando me lo disse io stavo guardando proprio l’attraversamento pedonale. Ed era autunno, proprio come quando quel pomeriggio nel parco, fra foglie cadute e marcite sotto la pioggia battente, mi disse che non sapeva se mi avesse mai amata. Era autunno come quando con gioia infantile saltavo su montagne di foglie senza aver paura di farmi male, perché era soffice e bello, perché scricchiolavano tutte, seccate al sole. Era una domenica di sole, non l’ultima che trascorremmo insieme, me lo ricordo.
Era un ricordo sepolto da foglie, speranze cadute, sogni mai fatti e disperazione a secchiate come la pioggia battente mentre cercavo fra le lacrime di capacitarmi del vuoto allo stomaco, come se m’avessero bucato l’addome e mi ci si vedesse attraverso l’abbraccio di addio.
Penso a tutto questo quando guardo le strisce pedonali sotto casa mia.

Poi c’è stato un momento, un momento che sarà durato il tempo in cui una mano abbassa la maniglia per aprire una porta. In quel momento d’inerzia ho smesso di vedere le tue iridi ed ho focalizzato la mia immagine capovolta sulla tua retina. Quando mi sono vista a testa in giù è scattata la maniglia e si è aperta la porta. E mi son trovata in una stanza con un letto in penombra e un po’ di fresco che arrivava dalle finestre. L’odore delle lenzuola pulite ed un altro autunno alle porte.
Quando ti guardo mi fermo. Desidero che nulla cambi, ma che tutto cresca.
Quando ti immagino ti vedo col vuoto intorno, perché niente è importante tranne ciò che vedo. Quando la prima volta ho avuto la tua faccia fra i miei capelli, sotto il mio naso, di fronte ai miei occhi, ho sorriso dolcemente, senza svelare i denti, come faccio anche ora, che i miei capelli, ormai troppo corti, non contornano più il tuo volto.
Ti immagino sospeso nella mia serenità, librarti senza fatica in ogni direzione di quello spazio invisibile tracciato dai morbidi sentimenti che nutriamo.
Quando ti immagino, io immagino il mio sorriso.
E quando mi chiedi, ad un centimetro dalla mia bocca, a pochi minuti dalla truce carne, perché rido, io te lo vorrei dire sempre perché rido, ma è talmente banale e naturale, che non mi viene mai di mettere insieme le parole. Così ieri ti ho detto che ridevo del presente. Perché guardarti negli occhi mi fa pensare a tutto questo. A quanto sto bene ora che non salto più fra cumuli di foglie secche. Perché io me lo ricordo tutte le volte che ti guardo che sono fortunata. Perché sto con te e può passare anche l’autunno.

lunedì 11 aprile 2011

Silk in spring



Primavera porta sogni
porta sogni eletrizzanti
che arriciano capelli
che a strapparli c'è più gusto

Mente mia
porta via
la follia

Primavera porta odori
porta odori inebrianti
che sfumano nel parco
la cipolla è già spuntata

Naso mio
annusa qui
che ricordi

Primavera sulla pelle
porti vento con le stelle
porti un brivido leggero
un abbraccio vecchio vero

Pelle mia
senti allora
che magia

Primavera non passare
o passa in fretta se ti va,
porta pure un po' d'estate,
però aspetta col Natale...

Primavera da non dire
sussurare, respirare
tu sfumata
da svelare

giovedì 7 aprile 2011

Who are you?



Cosa fare quando ti svegli al mattino e non riconosci la persona che ha dormito al tuo fianco.
Innanzitutto sarebbe bene accertarsi di non stare ancora sognando o di non soffrire di allucinazioni ipnopompiche, in atto proprio in quel momento.
In seconda battuta, altrettanto opportuno sarebbe porre fine al vizio di bere duro la sera precedente e portarsi a letto uno sconosciuto, credendo fosse il proprio uomo, tra l’altro avendolo debitamente nutrito d’amore e di ottime prelibatezze culinarie.
Se la prima e la seconda ipotesi si possono scartare, beh, allora la faccenda si fa più complicata e desta preoccupazione. Se l’uomo in questione è il tuo uomo, uomo con il quale hai condiviso minimo 400 risvegli mattutini, l’uomo del quale, in una qualsiasi altra mattina, avresti riconosciuto ad occhi chiusi ogni sua caccola…se è proprio lui, allora tu hai un problema.
Potrebbe anche darsi che quella diversa dalla notte col giorno sia tu. Può darsi che ti abbiano scambiata nella notte con una te stessa mancante dell’esperienza fidanzamento a lungo termine. Può darsi che il sogno che hai fatto di essere stata lobotomizzata dagli alieni non fosse proprio un sogno, ma un incredibile incontro del terzo tipo (poteva, in questo caso, il tuo uomo, per galanteria, supplicare “prendete me, risparmiate lei!”), in cui ti han tolto un pezzo di materia grigia in cambio di una gravidanza marziana. Potrebbe darsi che tu abbia sviluppato una rarissima, quanto mai inverosimile, forma di schizofrenia ad insorgenza acuta e ti risvegli in un’atmosfera delirante, in cui il malcapitato compagno fedele appare ai tuoi occhi come uno sconosciuto che sicuramente è pronto a farti del male nelle maniere più truci che nemmeno il cinema hitchcockiano avrebbe mai potuto immaginare.
Potrebbe anche darsi che tu abbia solamente bisogno di una dose extra di coccole e che inconsciamente desideri che quello sconosciuto lasci il suo odore nel tuo letto, così da poterlo riconoscere stasera, quando da sola ti coricherai le coperte, sentendoti ancora tra le sue braccia.

lunedì 21 marzo 2011

Unravel your never-ending task, Penny!


La donna che s’accontenta fa l’amore con sé stessa.
La donna che s’accontenta sente di amare solo se privata,
quando tragicamente si sacrifica in nome di nulla di meritato.
La donna che s’accontenta scende a patti con una sé sbagliata.
La donna che s’accontenta scambia la paura per  pazienza
e si riconosce virtuosa naufragando nell’isola degli ormai.

La donna che ama fa l’amore col mondo,
Dona amore sorridendo, riempiendosi il cuore di magnifico.
La donna che ama acquista valore aggiunto senza mai comprarlo.
La donna che ama aspira al bene, conoscendo il male.
La donna che ama porta pazienza come piume d’angelo,
ed è felice quando salpa dal porto verso il mare dei chissà.

La donna che ama non è donna che s’accontenta.
La donna che s’accontenta non è donna che ama.

martedì 15 marzo 2011

Growing up beside you



Oggi è stata l’ennesima giornata stressante di una lunga serie di giornate stressanti, inserite in un periodo altrettanto stressante, che segue ad altri periodi oltremodo stressanti, che delineano un anno molto ricco di stress, ma anche di faticose e gratificanti evoluzioni.
Questa ennesima giornata stressante è stata caratterizzata da una variazione al tema: al posto del solito ping pong fra reparto ed imprevisti in reparto, mi sono concessa una briosa spremitura di meningi per la stesura di un abstract da inviare ad un congresso. End line: oggi.
Grazie al caso – e ringrazio solo il caso, non a caso – tutto è andato per il verso giusto: chi di dovere ha accettato quanto scritto dopo solo cinque o sei ristesure, e quanto scritto è stato inviato alla commissione esaminatrice del congresso di cui sopra.
Di solito, quando il destino decide di tirar fuori dal suo cilindro giornate come queste, mi abbuona in omaggio anche una super acuzie di disturbo ossessivo-compulsivo, che di norma va a sfogarsi sulle faccende domestiche, una volta rientrata alla solitaria dimora.
Ormai so già quale è il copione: sono stanca morta, ma non mi basta, perché ormai già che sono in ballo ballo e se c’è da fare 30 faccio pure 31. Così, cercando di evitare l’inesorabile fine, da un lato, ma ossessionandomi/rassegnandomi alla necessaria conclusione “igienica” della giornata, inizio una serie di attività similricreative, ognuna correlata consecutivamente alla precedente dal motto del “30 e poi 31”.
Stasera, una volta aperta la porta di casa, il mio susseguirsi di pensieri, e quindi di relative azioni, è stato: fare la lavatrice perché se no il consorte laureando domani non ha mutande da mettersi (ma dove saranno finite tutte le sue mutande, a proposito?) → sarebbe anche il caso di passare l’aspirapolvere, che se no, poi, se il consorte rimane qui per due giorni consecutivi, la casa diviene un macello e, visto il periodo, c’è bisogno di molto ordine per mantenere la calma e la concentrazione → certo che sarebbe anche il caso di cambiare le lenzuola, che se no, poi, settimana prossima, che non ci sono, mi si accumula lavoro e diventano lerce → già che ci sono, potrei anche sollevare i materassi e le doghe del letto e passare l’aspirapolvere lì sotto, che se mi va bene debello in un sol colpo la comunità di cimici zombies pacificamente integratasi con gli autoctoni acari, risultanti all’ultimo censimento di luglio 2010 in numero di 10 milioni (una megalopoli).
Fortunatamente, a questa prima concatenazione non molto logica di pensieri, sono seguite azioni che hanno placato il cervellotico circolo vizioso nel quale mi ero impantanata ed hanno limitato i lavori domestici a queste sole pulizie di primavera, più qualche aggiunta di ulteriori fatiche in itinere, come decidere di riordinare i cassetti e l’armadio.
Devo ammettere che, quando mi coglie tale estro creativo, la situazione porta sempre ad un turbinio di emozioni e di ritrovamenti inaspettati. 
Nel riordinare i cassetti, spiegando e poi ripiegando bene ogni maglione e maglietta, ho tirato fuori anche quei capi che non metto mai e che giacciono immacolati sul fondo. Avevano ancora l’odore dell’ultimo lavaggio, dell’ultimo detersivo, dell’ultimo ammorbidente usato. Un profumo che non sentivo da mesi e che mi ha avvolto di ricordi di estate e fine estate, di zanzare, di condizionatore, di montagna e di mare. E così mi sono scese quattrocinqueosei lacrimucce e, per la prima volta nella mia vita, da brava persona che matura, mi sono emozionata a pensare a quante cose sono cambiate e stanno per cambiare. Arrivati alla vigilia di un evento importante, come l’imminente laurea del mio consorte, mi sono sentita grande e e piena di sentimenti materni: mi ha sfiorato il pensiero dell’orgoglio per tanta strada, del “siamo cresciuti personalmente e professionalmente insieme, ti ho visto crescere, ed ora stai per raggiungere un traguardo sacrificato, sofferto, guadagnato”, e stiamo insieme, uno affianco all’altro. Mi sono fermata io, un attimo, per tutti e due, stasera, a pensarci, per poi riprendere a correre, verso i nostri futuri, che si tengono per mano.
Nel cambiare le lenzuola, invece, sono saltate fuori ben due paia di mutande, nessuna delle quali era mia. Ecco svelato il mistero della sparizione delle mutande del consorte.
Sollevando i materassi e le doghe del letto, inoltre, ho potuto constatare un incremento demografico, non solo degli Acariani, abitanti di Acaropoli, ma anche del cimitero vivente di cimici, reduci da un inverno di battaglie con la sottoscritta. Avevo vinto io: erano tutte morte, stecchite e capovolte. Non mi consola sapere che io vi abbia dormito sopra per tutti questi mesi, ma sentirle risucchiare nell’aspirapolvere mi ha riempito il cuore di una calma serenità.
Ho finito di ribaltare la casa in tempo per stendere i panni che la lavatrice aveva centrifugato a 1000 giri al secondo, per cui, ormai stremata, ho stretto i denti per questo ultimo sforzo e nel prendere le mollette, riposte nell’apposito contenitore, mi sono trovata faccia a faccia con una schifosissima, verdissima e antennosissima cimice.
Il destino, oltre ad avermi regalato un quanto mai afinalistico disturbo ossessivo-compulsivo, mi ha anche concesso il dono di poter inorridire fino a peli ritti ed urla isteriche alla sola vista della cimice, del genere schifus schifissimus.
Raccogliendo quel po’ di pazienza residuatami dalla giornata ho escogitato un piano d’azione per liberarmi senza spargimenti di sangue della cimice delle mollette e questa è finalmente volata via dalla finestra, scaraventata da un colpo di mestolo, sotto la pioggia battente.
Cimici, ho vinto la battaglia ed ho vinto pure la guerra. Oh.

Dato che una cimice non può essere la giusta conclusione di uno sproloquio, lascio qui sotto il vero senso di tutto questo.



Growing up beside you
(Oltre che del titolo della canzone di Paolo Nutini, si tratta di un link!)

Sitting beside you in school
While we'd paint I'd make you laugh
Mine was never very good
Yours looked exactly like the photograph
Looks like I'm growing, I'm growing up beside you

I don't always get the way you feel
But now I've learned to live with that
It's like I'm a part of something real
I was hitting the bottle, now I've broke the seal
Looks like I'm growing, I'm growing up beside you

And the sun sets the scene
While the rain misses me
And all the time I'll be growing, growing up beside yo
u

martedì 30 novembre 2010

Rules for dudes


Rinchiudimi in una regola.
Una regola che regoli la felicità. 
Che regoli la tristezza. 
Che regoli le persone che ti fanno felice, che ti fanno triste.

Rinchiudimi in una regola.
Una regola val bene la tranquillità. 
E chi è tranquillo è sereno. 
E, si sa, la serenità regola la vita.

Rinchiudimi in una regola.
Qui è bene e qui è male. 
Scelgo dove sto che poi così ci si regola.

Rinchiudimi in una regola.
I miei gusti, i miei principi, il mio carattere. Ciò che mi regola.
Ti prego, rinchiudimi in una regola.

Fammi sentire che a me ci tieni, che non mi vuoi mai lasciare andar via. 
Che di me hai bisogno. 
Hai bisogno di una regola.

Rinchiudimi in una regola.
Affinchè finiscano i giochi ed io non possa più respirare. 
Perché non ci sia più nulla da scoprire.

Rinchiudimi in una regola.
Che poi ci siam già detti tutto. 
E se tiri troppo la corda si spezza 
e poi, io che son buona e cara, ti faccio vedere che cosa succede.

Rinchiudimi in una regola.
La regola della buonanotte. 
Del ti penso a tutte le ore. 
Del sogno che si avvera.

Rinchiudimi lì, in quel clichè.
Del ti amo, ma pretendo.
Dell’affetto, ma sta’ attento.

Richiudi ancora un po’.
Rinchiudi la sorpresa nell’aspettativa. 
Rinchiudi l’aspettativa nell’attesa. 
L’attesa della resa dei conti.

Logora.
Da dentro, l’amore.
Da fuori, la paura di sé.

Brucia.
Da dentro, l’ingenua passione.
Da fuori, il bisogno di farsi sentire. Da sé.

E non son gli opposti. E non son niente.

Il giudizio, né a me né agli altri.

Fai, senza troppe parole.
Come da piccolo.
Senza che nessuno ti veda.

sabato 20 novembre 2010

It’s raining cats and dogs

Piove.
Qui lo dico, e pure ad alta voce, perché la pioggia che batte sul mio soffitto mansardato fa molto rumore. Molto.
Sabato, in un’altra giornata uggiosa, sono andata a tagliarmi i capelli: da capello corto a capello corto. Da normalità ad audacia.
I consensi raccolti naturalmente non sono stati unanimi, ma quel che importa è che le persone giuste abbiano a loro modo espresso gradimento:
1.      Il mio ragazzo ha espresso gradimento in maniera molto convincente. Mui gradimento.
2.      Il mio migliore amico ha espresso gradimento in maniera molto fashion. Very pleasure.
3.    Il mio “mentore” ha espresso gradimento in maniera sociopatica. Emozione, molta. Emozione, molta. Pipa, fumo, un minuto, lavoro, di nuovo.
4.    Un nobile professore ha espresso gradimento con modi da mollusco. Grazie mille. Fa specialmente piacere.
Gli altri li ringrazio lo stesso, non tanto perché abbiano ugualmente espresso parere riguardo ad un argomento frivolo come il taglio di capelli, quanto perché abbiano comunque voluto partecipare di un argomento frivolo come il parrucco.



In quest’autunno di pioggia stare in equilibrio sugli alberi, le foglie gialle e rosse che moh cadono, significa avere un georgiano nella stanza accanto, che, paralizzato lui, paralizza dalla paura anche chi capita in corridoi di reparti proibiti. Significa, però, anche organizzare un'alternativa ad un noioso sabato sera, organizzare una cena di Natale in famiglia, con nuovi membri, significa immaginarsi future famiglie, con me come capafamiglia. E tanti rami, quest'albero, per fortuna!
Stare in equilibrio aiuta a non cadere, a stare sempre attenti a rimanere in equilibrio. Stare in equilibrio è quasi una garanzia, allora.
Ci penso e mi rendo conto che ci son cose che lascio apposta in uno stato di precarietà, per potermi accertare ogni giorno che siano ancora nel loro stato di precarietà. Ed ogni giorno contemplarle ed ogni giorno prendermene cura. Ci penso, prego per loro, voglio bene. Insomma. Così.
Vorrei che tutto potesse camminare su un filo. O meglio, vorrei che tutti sapessimo che ogni cosa di noi, ogni cosa a noi cara, ognuna delle nostre vite cammina su questo filo. E vorrei che tutti stessimo sempre a riaggiustarci e a riaggiustare un equilibrio, stando attenti a quando questo possa venir meno, anticipando questo momento, se no sarebbe troppo tardi.
Ci son volte in cui ti metti la mano davanti agli occhi, ancor prima di guardare l’orizzonte in una giornata di sole. Lo fai prima. Prima che questo ti accechi e ti impedisca di vedere.
La lungimiranza è l’arte dell’equilibrista: aggiustarsi i contrappesi prima di avvertire forza, direzione e verso. La lungimiranza è un’accortezza che i saggi ed esperti equilibristi adoprano con disinvoltura ineccepibile, ma è snobbata e derisa dall’incosciente che, per la prima volta sul filo, crede di poter prevenire una caduta, regolando il suo equilibrio, una volta che questo venga meno. Invece non c’è bisogno di conoscere ciò che ti farà vacillare per sapere che ti potrebbe far cadere. Non c’è bisogno di affrontare un pericolo per sapere che potrebbe essere tale. Non c’è bisogno di aver camminato sul filo tante volte per sapere che a cadere c’è sempre la possibilità.
C’è solo da riaggiustare gli equilibri, perdendoci la vita a conoscere di noi stessi ogni singola fibra muscolare che ci possa aiutare in questa impresa. E perdendoci i ghigni, le espressioni, piccoli segni di noi, intenti ed attenti. E noi non sappiamo, eppure ci sono.
[Così come non sanno, quelli nella 9, di chi ci sia nella 10F. Eppure c'è.]

martedì 16 novembre 2010

Due anni fa.

Mi sentivo così:


Nella strana anomalia della mia esistenza, i miei sentimenti non erano mai venuti dal cuore e le mie passioni erano sempre venute dalla mente.
Edgar Allan Poe 



domenica 17 ottobre 2010

Sindrome temporale

Simona senza tempo dentro la sua casa senza tempo.
La mia casa ha perso il tempo.
E’ sempre in ritardo, ma anche in anticipo. Questo dipende dai punti di vista: in ritardo per un oggi, presente che non esiste, in anticipo per un domani, futuro che non c’è.
Le lancette si sono fermate. Tutte insieme.
Quelle dell’orologio grande e giallo in cucina, che, tra l’altro, non mi è mai piaciuto, sia perché orologio, sia perché di colore giallo. Si sono fermate: avevano il fiatone alle 7, alle 8 ci arrivavano con delle riserve disumane di acido lattico nel tricipite lancettino - formato dai 3 capi, lungo delle ore, medio dei minuti, corto dei secondi – per poi arrestarsi, indurite da atroci crampi alle 9. E non ci son massaggi che tengano. Solo ritardo. In reparto, la mattina.
Quelle della sveglia Ikea70cents. Toni validi, bradicardici, aritmici, pause apparentemente libere. Stacco il fonendoscopio e decido di attaccarle gli elettrodi per effettuare un ECG, così al volo, e vedere di capire di che si tratta. Ecco: TIC TAC – TIC TAC – TIC … - TIC TAC – TIC TAC – TIC … - e così via.
Mumble, muble. Se non ricordo male dovrebbe essere un Blocco di II grado, un Mobitz 2. Eh, sì, perché l’intervallo TIC-TAC è sempre lo stesso, ma con un periodismo di 2:1, al complesso TIC non segue il complesso TAC. Non conduce. Vuol dire che alla depolarizzazione della pila, non corrisponde una contrazione delle lancette.





domenica 19 settembre 2010

Karmic procrastination

Dovrei passare allo scanner un sacco di foto, ma mi fa male il mignolo destro e potrei utilizzare questa pena come scusa a me stessa per procrastinare qualcosa che da sola mi ero proposta di fare. Insomma. Forse mi sono rotta la materia grigia molto tempo prima del mignolo. Molto prima di ieri alle 18, quando sotto il diluvio universale davanti al fotografo, la portiera dell’auto è stata attratta fatalmente dal mio quinto dito della mano destra, quando, travolta da un’irruente passione, che contraddistingue tutte le Punto ultradecennali, si è protesa verso la mia articolazione metacarpo-falangea. Dio, che dolore. Fatalità.
Il mio cervello, invece, non ricordo sia mai incappato in una portiera grigio metallizzato in una settembrina giornata di pioggia battente. Il mio cervello non so proprio che esperienza abbia vissuto per essere ciò che è ora. Credo che nella sua vita precedente sia stato realmente un encefalo, con tanto di floride circonvoluzioni, solchi, membrane meningee e ventricoli ed anche un sacco di liquido cefalo-rachidiano. Solo che poi, per una questione karmica, suppongo, è stato promosso a condominio, anzi, a casa di cortile, da ristrutturare, per giunta. Ora c’è un sovraffollamento da casa popolare in rione partenopeo normosgarrupato. Talvolta arrivano i carabinieri per schiamazzi notturni, ma, tutto sommato, il clima è disteso, il più delle volte, come i panni da asciugare stesi fuori dalle finestre, funamboli da un opposto all’altro del cortile interno del condominio.
Il mignolo, karmapparte, lo faccio vedere domani da un traumatologo in pronto soccorso. Ci vado col camice, così faccio la tamarra e salto le code kilometriche. [Io, nella mia vita precedente, invece, devo essere stata il pavimento di un ufficio postale e domani sconterò la mia rivincita.]
Gli esiti di questa visita potrebbero essere verosimilmente solo due:
1.  dito indolenzito, ma libero come ogni mignolo di mano destra che non abbia praticato petting spinto con la portiera di una Punto grigio metallizzato;
2. dito steccato, a riprova del fatto che ha assunto atteggiamenti poco opportuni con una portiera di malaffare.
Entrambi gli esiti dovrebbero essere accompagnati da una radiografia della mia manina. Mi impegnerò a non far gestacci, prometto.

mercoledì 1 settembre 2010

L'alba dentro l'imbrunire


Ci sono dei momenti in cui ti rendi conto che forse qualcosa sta per cambiare. Come quando ti prude il naso un attimo prima di starnutire. Quei momenti che racchiudono segni. Piccole cose, all’apparenza insignificanti, ma che urlano silenziosamente “Simona, arriva una nuova era…Non prepararti, tanto non puoi!”.
E così vedo lumache che s’accoppiano, in un’umida ma rinfrescata sera di inizio estate, sulla passeggiata sul lungofiume.
E così non riesco più a dormire bene: i miei due fantastici cuscini sono diventati inutili e sto scomoda. A pancia in giù, mia posizione storica preferita, non prendo sonno. Su un fianco nemmeno. Ora mi addormento a pancia in su, con la testa dritta, che non gira né a destra né a sinistra. Manco fossi morta.
E poi non ho fame e voglio le verdure. Preferisco evitare il caffè. Solo le sigarette rimangono uguali, per tipo e numero!
Sento che qualcosa si sta smuovendo. Non in me. Tutto intorno a me mi smuove a smuovermi. Mi impone di cambiare, di rivedere qualcosa, di rivivere diversamente.
Mi sento leggera, trasportata dalle solleticanti sensazioni che mi provoca il mondo, accarezzandomi. Mi immagino a stiracchiarmi, con la testa rivoltata all’indietro e gli occhi chiusi. Tutto si distende, riprende fiato.
Mi accorgo, rendendomene conto, che scendo in me stessa, mi addentro senza tabù e quasi senza le solite cortesie e i rifiuti che il parlar con la mia me mi impone. Sono più disponibile a me stessa. Siamo tutte d’accordo e tutte una.
E non si deve parlare, bisogna solo lasciarsi prendere per mano e farsi trascinare, ancora sonnecchianti mentre ci si stropiccia gli occhi, verso dove non si sa e non importa nemmeno saperlo. Perché quando non capisci più come sei, che forma hai, allora ti stai plasmando alla vita che scorre. E tu scorri con lei. Tutto scivola, ma ogni cosa è inondata dal tuo desiderio di conoscenza.
Si metta in salvo chi non sa nuotare.