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domenica 13 maggio 2012

Whistle, close enough.



Non voglio dedicarti una canzone d’amore, non vorrei paragonarti ad una primavera, ad un sorriso da perdere il fiato, a respirare, al cielo, al sole, alla forza dell’amore.
Non me la sento di dedicarti niente di intangibile, di cui a parole poeti e cantautori e patetiche presenze sanno riempirsi la bocca, ma chissà se ne sono piene anche le azioni.
Non mi vergogno a dire che mi vergognerei ad avvicinarti ad un tramonto, ad accostare i miei sentimenti ad un colore, un profumo, un tempo atmosferico, un evento circadiano, una sfumatura di teoria.
Tutto quello  che ti vorrei buttare addosso è la realtà poliedrica che ci è data di vivere: la puzza di vaniglia al momento meno opportuno, il sudore, l’alito cattivo, la volontà di farsi capire, di non deragliare il biposto bimotore, pragmatismo ed esoterismo, un abbraccio stretto stretto nel dormiveglia, le sprimacciate prima di dormire, i silenzi perplessi e quelli assorti, la felicità della consuetudine e la paura della routine, la complicità di anni nata dalla sintonia di un attimo, la barba, i peli, il sangue, il tatto più estremo.
Io godo e soffro, senza fronzoli o grandi giri di parole. Godo della realtà mia di cui fai parte. Della realtà nostra che dobbiamo assolutamente vivere, toccandola, mangiandola, urlandola, approfittandone scostumatamente, prepotentemente di peso, come se non ci fregasse niente di nient’altro, una corsa ad accaparrarsi i posti migliori e fanculo a tutti gli altri, che poi, quando ti siedi e puoi stendere le gambe,  ti giri e mi guardi soddisfatto.
Fiiiischia.

martedì 10 aprile 2012

Not only directions


Ti tengo sempre alla mia sinistra, dal lato del cuore. 
Sto sempre alla tua destra, la parte della ragione.

mercoledì 28 marzo 2012

Tic tac



La tua barba segna il tempo che passa
il tuo sguardo che matura,
i tuoi lineamenti che invecchiano.
Hai perso il guizzo dell'adolescente
ne rimane traccia solo quando ridi di gusto,
all'inizio, che sembran due singhiozzi.
La tua barba ha tre colori:
quello castano adulto e forte,
quello rossastro delle montagne autunnali,
quello biondo di una foto di bambino.

domenica 15 gennaio 2012

Please, forget.



Tu non mi ricordi nessuno.
Deficit di memoria a parte, meriti un sentito GRAZIE.

giovedì 15 dicembre 2011





Nessun altro vorrei: tu mi calzi a pennello. 
Come un vestito marrone, ma comodo e bello.



E che mi fa pure magra.

giovedì 8 dicembre 2011





Voglio un'estate calda
di sole allo zenit
e un'ombra nascosta di brividi,
brividi d'ombra e voluttà.
Il sudore che sale
e nel sale del mare
mischiamo
gli umori
in quest'ombra di brividi.
Nascosti dal sole
nell'afa solitaria,
spogliamoci noi,
aspettando le cinque
per una passeggiata.

domenica 4 dicembre 2011

Everything




Tutte le cose farei io per te.
Ma quella che farei sicuramente meglio 

sarebbe un bacio.
Sulla fronte dato.

Appoggiate le labbra.
Delicatamente accennato.
Svela la compagna, l'amica, la sorella, la madre 

che non sono.
La donna che son per te.

venerdì 26 agosto 2011

All my dreams will come true, dear.



Manca la luna in cielo, che, come si dice, è nuova. L’anno scorso, di questo periodo, era piena e noi cercavamo le piramidi con due sacchi dell’immondizia.
Quest’anno, invece, che Cheope ce la impedisce proprio la luna che latita, cerchiamo e troviamo le vigne, mangiamo e facciamo all’amore. Che poi perché si dice “fare a”, come se uno lo imitasse quest’amore, ma io so che noi non ci proviamo mai: semmai si imitano attori famosi, in settori di nicchia. Fortuna che l’amore è un’altra cosa ed anche questa estate l’abbiamo aspettata insieme.
“Voglio te, una vita, far l’amore nelle vigne. Cade l’acqua, ma non mi spegne, voglio te” cantava Mara Cabeddu insieme a Battisti. Ed io concordo. Come potrei diversamente?
Mentre l’auto corre nel buio della Brianza e ascoltiamo rapiti la storia di 9 dita e mi coglie la bellezza della lentezza delle parole di Lo Cascio, tu ti addormenti, come i bambini quando è troppo tardi e tornano da cene di genitori e amici di genitori, sono stanchi stravolti e crollano in auto. Mi viene da pensare che, semmai un indomani si dovesse fare tardi, con tanto di marmocchi al seguito, forse dovrei guidare io e avrei un gran russare nell’abitacolo, diretti verso casa. Insomma, amore, tu ti addormenti e sogni anche per me.
E quando siamo quasi arrivati a destinazione la radio trasmette la canzone giusta, quella che si può cantare a squarciagola, cantare seriamente, oppure canticchiare e basta. Io canticchio, perché non voglio svegliarti “There and then all my dreams will come true, dear…”. Un sogno, sì, è vero, l’ho appena realizzato, ma tutti gli altri ancora no, o forse tanti sì, tanti che non credevo nemmeno di poter sognare. E’ che le cose più belle son quelle a cui non credi, son le sfide contro te stesso, il passo oltre i propri limiti e paure, il tuffo nel vuoto l’attimo dopo che ti sei accorto che fortunatamente sei caduto sul morbido.
Dormiamo un sacco questa notte e al risveglio mi dici che da oggi puoi finalmente dire che sono tre anni che stiamo insieme.
Al di là dell’incontenibile angoscia del tempo, non mi frega degli anni, mi frega di noi, di un tempo che si ferma, di una voglia immutata, di un punto fermo che rassicura, di una fede che cresce e mi salva, proprio perché ci credo.
Preferisco lasciar fare a noi di domani, muti, la vita che oggi non siamo nemmeno capaci di sognare, invece di parlare di quanto sarà bello e promettere l’inimmaginabile, preferisco ridere con te, di te, di me, di noi, del nostro passato, qui nel presente, che il domani è per quei nomadi di spirito che non hanno paura di vivere viaggiando nella realtà.

lunedì 27 giugno 2011

Instant karma gonna get you



C'é un attimo che conserva ancora il principio del tutto.
Un attimo di silenzio e affanno,
fra lo spasimo dell'ingordigia.
È un attimo di incontri,
di intrecci di gambe e di braccia,
di sguardi d'attesa col fiato sospeso.
Un attimo che apre ad un piacere
nuovamente ritrovato,
salutare dipendenza
accolta in un sospiro.
Di nuovo un sollievo seguito da un brivido,
gli occhi sfuggono verso l'altrove
di cui mai se ne ha abbastanza.


A quell'attimo sacro, io debbo profonda venerazione.

giovedì 9 giugno 2011

Before you cross the street, take my hand. Life is what happens to you while you're busy making other plans.



C’è stata una volta, lunga soggettive ere geologiche, in cui dalla mia scrivania ogni giorno mi voltavo a sinistra abbassando lo sguardo, a fissarmi sull’attraversamento pedonale in fondo alla via. Avevano riverniciato da poco le strisce ed avevano anche approfittato dell’occasione per farci un dosso, così le macchine dovevano rallentare.
Ogni volta che mi voltavo a guardarlo, pensavo a quante cose intorno a me stavano cambiando. Ogni cosa che cambiava era un pezzo, assolutamente indefinito, di distanza che interponevo fra me e lui. Come se da loro dipendesse anche il temperarsi del mio dolore, un passo in più verso la serenità.
Così ho visto cambiare un divano, le strade e i sensi unici, auto, cartelli, pub e stagioni. Ogni cambiamento, una nuova evoluzione. Lasciar fare passivamente al tempo ciò che attivamente io ero ancora lontana dal comprendere di fare.
Quando mi telefonò, dopo due anni per la prima volta, mi ricordo che mi disse con rammarico che la nostra storia era caduta come le foglie in autunno inoltrato e nessuno dei due aveva avuto l’accortezza di ricercarla sotto quel cumulo di secco arancione. Quando me lo disse io stavo guardando proprio l’attraversamento pedonale. Ed era autunno, proprio come quando quel pomeriggio nel parco, fra foglie cadute e marcite sotto la pioggia battente, mi disse che non sapeva se mi avesse mai amata. Era autunno come quando con gioia infantile saltavo su montagne di foglie senza aver paura di farmi male, perché era soffice e bello, perché scricchiolavano tutte, seccate al sole. Era una domenica di sole, non l’ultima che trascorremmo insieme, me lo ricordo.
Era un ricordo sepolto da foglie, speranze cadute, sogni mai fatti e disperazione a secchiate come la pioggia battente mentre cercavo fra le lacrime di capacitarmi del vuoto allo stomaco, come se m’avessero bucato l’addome e mi ci si vedesse attraverso l’abbraccio di addio.
Penso a tutto questo quando guardo le strisce pedonali sotto casa mia.

Poi c’è stato un momento, un momento che sarà durato il tempo in cui una mano abbassa la maniglia per aprire una porta. In quel momento d’inerzia ho smesso di vedere le tue iridi ed ho focalizzato la mia immagine capovolta sulla tua retina. Quando mi sono vista a testa in giù è scattata la maniglia e si è aperta la porta. E mi son trovata in una stanza con un letto in penombra e un po’ di fresco che arrivava dalle finestre. L’odore delle lenzuola pulite ed un altro autunno alle porte.
Quando ti guardo mi fermo. Desidero che nulla cambi, ma che tutto cresca.
Quando ti immagino ti vedo col vuoto intorno, perché niente è importante tranne ciò che vedo. Quando la prima volta ho avuto la tua faccia fra i miei capelli, sotto il mio naso, di fronte ai miei occhi, ho sorriso dolcemente, senza svelare i denti, come faccio anche ora, che i miei capelli, ormai troppo corti, non contornano più il tuo volto.
Ti immagino sospeso nella mia serenità, librarti senza fatica in ogni direzione di quello spazio invisibile tracciato dai morbidi sentimenti che nutriamo.
Quando ti immagino, io immagino il mio sorriso.
E quando mi chiedi, ad un centimetro dalla mia bocca, a pochi minuti dalla truce carne, perché rido, io te lo vorrei dire sempre perché rido, ma è talmente banale e naturale, che non mi viene mai di mettere insieme le parole. Così ieri ti ho detto che ridevo del presente. Perché guardarti negli occhi mi fa pensare a tutto questo. A quanto sto bene ora che non salto più fra cumuli di foglie secche. Perché io me lo ricordo tutte le volte che ti guardo che sono fortunata. Perché sto con te e può passare anche l’autunno.

venerdì 15 aprile 2011

Suspiria



Di quando facciamo l'amore la cosa che anzitutto mi piace di più è poterti sentire.
Sussurrare.

giovedì 7 aprile 2011

Who are you?



Cosa fare quando ti svegli al mattino e non riconosci la persona che ha dormito al tuo fianco.
Innanzitutto sarebbe bene accertarsi di non stare ancora sognando o di non soffrire di allucinazioni ipnopompiche, in atto proprio in quel momento.
In seconda battuta, altrettanto opportuno sarebbe porre fine al vizio di bere duro la sera precedente e portarsi a letto uno sconosciuto, credendo fosse il proprio uomo, tra l’altro avendolo debitamente nutrito d’amore e di ottime prelibatezze culinarie.
Se la prima e la seconda ipotesi si possono scartare, beh, allora la faccenda si fa più complicata e desta preoccupazione. Se l’uomo in questione è il tuo uomo, uomo con il quale hai condiviso minimo 400 risvegli mattutini, l’uomo del quale, in una qualsiasi altra mattina, avresti riconosciuto ad occhi chiusi ogni sua caccola…se è proprio lui, allora tu hai un problema.
Potrebbe anche darsi che quella diversa dalla notte col giorno sia tu. Può darsi che ti abbiano scambiata nella notte con una te stessa mancante dell’esperienza fidanzamento a lungo termine. Può darsi che il sogno che hai fatto di essere stata lobotomizzata dagli alieni non fosse proprio un sogno, ma un incredibile incontro del terzo tipo (poteva, in questo caso, il tuo uomo, per galanteria, supplicare “prendete me, risparmiate lei!”), in cui ti han tolto un pezzo di materia grigia in cambio di una gravidanza marziana. Potrebbe darsi che tu abbia sviluppato una rarissima, quanto mai inverosimile, forma di schizofrenia ad insorgenza acuta e ti risvegli in un’atmosfera delirante, in cui il malcapitato compagno fedele appare ai tuoi occhi come uno sconosciuto che sicuramente è pronto a farti del male nelle maniere più truci che nemmeno il cinema hitchcockiano avrebbe mai potuto immaginare.
Potrebbe anche darsi che tu abbia solamente bisogno di una dose extra di coccole e che inconsciamente desideri che quello sconosciuto lasci il suo odore nel tuo letto, così da poterlo riconoscere stasera, quando da sola ti coricherai le coperte, sentendoti ancora tra le sue braccia.

Dead mice, real life.



Quando il mattino al risveglio il tuo uomo ha un alito che manco i topi morti, bacialo. 
Quello è il sapore della realtà.








(In realtà anche tu hai un alito che così se non peggio)

martedì 15 marzo 2011

Growing up beside you



Oggi è stata l’ennesima giornata stressante di una lunga serie di giornate stressanti, inserite in un periodo altrettanto stressante, che segue ad altri periodi oltremodo stressanti, che delineano un anno molto ricco di stress, ma anche di faticose e gratificanti evoluzioni.
Questa ennesima giornata stressante è stata caratterizzata da una variazione al tema: al posto del solito ping pong fra reparto ed imprevisti in reparto, mi sono concessa una briosa spremitura di meningi per la stesura di un abstract da inviare ad un congresso. End line: oggi.
Grazie al caso – e ringrazio solo il caso, non a caso – tutto è andato per il verso giusto: chi di dovere ha accettato quanto scritto dopo solo cinque o sei ristesure, e quanto scritto è stato inviato alla commissione esaminatrice del congresso di cui sopra.
Di solito, quando il destino decide di tirar fuori dal suo cilindro giornate come queste, mi abbuona in omaggio anche una super acuzie di disturbo ossessivo-compulsivo, che di norma va a sfogarsi sulle faccende domestiche, una volta rientrata alla solitaria dimora.
Ormai so già quale è il copione: sono stanca morta, ma non mi basta, perché ormai già che sono in ballo ballo e se c’è da fare 30 faccio pure 31. Così, cercando di evitare l’inesorabile fine, da un lato, ma ossessionandomi/rassegnandomi alla necessaria conclusione “igienica” della giornata, inizio una serie di attività similricreative, ognuna correlata consecutivamente alla precedente dal motto del “30 e poi 31”.
Stasera, una volta aperta la porta di casa, il mio susseguirsi di pensieri, e quindi di relative azioni, è stato: fare la lavatrice perché se no il consorte laureando domani non ha mutande da mettersi (ma dove saranno finite tutte le sue mutande, a proposito?) → sarebbe anche il caso di passare l’aspirapolvere, che se no, poi, se il consorte rimane qui per due giorni consecutivi, la casa diviene un macello e, visto il periodo, c’è bisogno di molto ordine per mantenere la calma e la concentrazione → certo che sarebbe anche il caso di cambiare le lenzuola, che se no, poi, settimana prossima, che non ci sono, mi si accumula lavoro e diventano lerce → già che ci sono, potrei anche sollevare i materassi e le doghe del letto e passare l’aspirapolvere lì sotto, che se mi va bene debello in un sol colpo la comunità di cimici zombies pacificamente integratasi con gli autoctoni acari, risultanti all’ultimo censimento di luglio 2010 in numero di 10 milioni (una megalopoli).
Fortunatamente, a questa prima concatenazione non molto logica di pensieri, sono seguite azioni che hanno placato il cervellotico circolo vizioso nel quale mi ero impantanata ed hanno limitato i lavori domestici a queste sole pulizie di primavera, più qualche aggiunta di ulteriori fatiche in itinere, come decidere di riordinare i cassetti e l’armadio.
Devo ammettere che, quando mi coglie tale estro creativo, la situazione porta sempre ad un turbinio di emozioni e di ritrovamenti inaspettati. 
Nel riordinare i cassetti, spiegando e poi ripiegando bene ogni maglione e maglietta, ho tirato fuori anche quei capi che non metto mai e che giacciono immacolati sul fondo. Avevano ancora l’odore dell’ultimo lavaggio, dell’ultimo detersivo, dell’ultimo ammorbidente usato. Un profumo che non sentivo da mesi e che mi ha avvolto di ricordi di estate e fine estate, di zanzare, di condizionatore, di montagna e di mare. E così mi sono scese quattrocinqueosei lacrimucce e, per la prima volta nella mia vita, da brava persona che matura, mi sono emozionata a pensare a quante cose sono cambiate e stanno per cambiare. Arrivati alla vigilia di un evento importante, come l’imminente laurea del mio consorte, mi sono sentita grande e e piena di sentimenti materni: mi ha sfiorato il pensiero dell’orgoglio per tanta strada, del “siamo cresciuti personalmente e professionalmente insieme, ti ho visto crescere, ed ora stai per raggiungere un traguardo sacrificato, sofferto, guadagnato”, e stiamo insieme, uno affianco all’altro. Mi sono fermata io, un attimo, per tutti e due, stasera, a pensarci, per poi riprendere a correre, verso i nostri futuri, che si tengono per mano.
Nel cambiare le lenzuola, invece, sono saltate fuori ben due paia di mutande, nessuna delle quali era mia. Ecco svelato il mistero della sparizione delle mutande del consorte.
Sollevando i materassi e le doghe del letto, inoltre, ho potuto constatare un incremento demografico, non solo degli Acariani, abitanti di Acaropoli, ma anche del cimitero vivente di cimici, reduci da un inverno di battaglie con la sottoscritta. Avevo vinto io: erano tutte morte, stecchite e capovolte. Non mi consola sapere che io vi abbia dormito sopra per tutti questi mesi, ma sentirle risucchiare nell’aspirapolvere mi ha riempito il cuore di una calma serenità.
Ho finito di ribaltare la casa in tempo per stendere i panni che la lavatrice aveva centrifugato a 1000 giri al secondo, per cui, ormai stremata, ho stretto i denti per questo ultimo sforzo e nel prendere le mollette, riposte nell’apposito contenitore, mi sono trovata faccia a faccia con una schifosissima, verdissima e antennosissima cimice.
Il destino, oltre ad avermi regalato un quanto mai afinalistico disturbo ossessivo-compulsivo, mi ha anche concesso il dono di poter inorridire fino a peli ritti ed urla isteriche alla sola vista della cimice, del genere schifus schifissimus.
Raccogliendo quel po’ di pazienza residuatami dalla giornata ho escogitato un piano d’azione per liberarmi senza spargimenti di sangue della cimice delle mollette e questa è finalmente volata via dalla finestra, scaraventata da un colpo di mestolo, sotto la pioggia battente.
Cimici, ho vinto la battaglia ed ho vinto pure la guerra. Oh.

Dato che una cimice non può essere la giusta conclusione di uno sproloquio, lascio qui sotto il vero senso di tutto questo.



Growing up beside you
(Oltre che del titolo della canzone di Paolo Nutini, si tratta di un link!)

Sitting beside you in school
While we'd paint I'd make you laugh
Mine was never very good
Yours looked exactly like the photograph
Looks like I'm growing, I'm growing up beside you

I don't always get the way you feel
But now I've learned to live with that
It's like I'm a part of something real
I was hitting the bottle, now I've broke the seal
Looks like I'm growing, I'm growing up beside you

And the sun sets the scene
While the rain misses me
And all the time I'll be growing, growing up beside yo
u

domenica 27 febbraio 2011

'Till the end of night



La prima volta che dormimmo insieme,
proprio all'inizio della nostra relazione, 
che tu ti addormentasti dietro di me, 
come fu poi per tutte le notti a venire...
La prima volta che dormimmo insieme, 
quando da amico diventasti nuova certezza,
che tu ti addormentasti ben prima di me, 
come fu poi per tutte le notti a venire...
La prima volta che dormimmo insieme,
proprio quando scoprii che russavi e bene,
che scrofolasti senza aver pietà di me,
come fu poi per tutte le notti a venire...

La prima volta che dormimmo insieme
ho pensato che fosse un bel guaio
aver detto sì ad una vita così 
rumorosa di notte e pure di giorno.
La prima volta che dormimmo insieme
ho pensato che l'unica soluzione
fosse scrollarti un po' ed alzarti,
con la mano delicatamente,
dal mento la testa, 
la testa verso l'alto,
perchè silenzio fosse
e notte anche per me.

La prima volta che dormimmo insieme,
proprio quando ti diedi il primo "fruc",
che tu mi stringesti più forte,
come fu poi per tutte le notti a venire,
ancora non potevo sperare che non avresti più mollato la presa,
ma temevo per certo che avresti continuato a russare.
Come fu poi per tutte le notti a venire.

giovedì 24 febbraio 2011

Storyteller


Questa è la storia di un lento disgelo, di cui si avverte il sentore, ma ancora si fatica a percepirne il tepore. 
Troppi pochi giorni fa pioveva dagli alberi, sotto un timido sole abbastanza tenace da sciogliere tutta la galaverna che la fredda nottata milanese aveva depositato. E un’infreddolita figura ci passava sotto, non potendoli evitare, giacchè erano ovunque lungo il viale per arrivare alla metro. Si sentiva leggermente sollevata nel vedere questo fenomeno naturale e pensava e sperava che il sole facesse con lei quello che stava facendo con gli alberi. Sperava di scongelarsi anch’essa, rivelando, sotto i cristalli d’inverno, delle gemme che presto si sarebbero schiuse.
La primavera, però, a gennaio non s’è mai vista e l’inverno di Milano era un inverno nel cuore. 
Disgeli a parte. 
Questa storia non ha un seguito e men che meno una fine. Questa storia ha un senso se non raccontata, perché non tutte le storie hanno il compito di essere divulgate, alcune hanno solo il compito di essere vissute, immaginate, ricordate o seppellite. 
Io questa storia la voglio seppellire, farne un funerale, ma prima seguirne il feretro fino al cimitero, in una processione di pensieri e considerazioni in divenire. Preziosi ed affettuosi, come rapporti mai vissuti ed abbracci di addio, che racchiudono consapevolezze intime, di chi sa e teme che presto partirà per un lungo viaggio. 
Di questa storia accenno ad un lungo sonno senza fine, in cui ti accoccoli un giorno che sei tanto stanca e non vorresti più svegliarti. Dormono i sentimenti, dormono le gioie, dorme l’ingenuità dell’animo. Tutto tace. 
Accenno a un lento risveglio che nemmeno le sveglie più tenaci possono sconfiggere se manca una pila nell’anima. 
Accenno ad un viaggio non fatto e che avrei tanto voluto e ad uno fatto che non avrei voluto fare, che col senno di poi, è stato giusto e fatale proprio così, che Valencia no e Roma sì. 
Accenno a parole piovute addosso come la pioggia dagli alberi, non altrettanto leggere, ma forse altrettanto sporche ed acide come le precipitazioni atmosferiche nel milanese. 
Accenno ad una forte stretta di addio, un saluto silenzioso che mi piace pensare racchiudesse i non detti e non fatti e verità tenere avvolte da paure comuni, semplici, vere, da giustificare. Accenno ad un piccolo segreto che rimarrà mio e solo mio e forse dimenticherò come questa storia che non voglio raccontare perché non so farlo. 
Una storia di vita non si racconta quando la si vive, semmai più tardi, quando non si vive più o si sta vivendo altro. 
Una storia di vita è fatta anche di tristezza e di amore. Di esigenza di soffrire, pur continuando a ringraziare chi si vuole perché comunque ci si sente fortunati. 
Di questa storia mi rimangono ancora gli echi di lontana tristezza ed un megafono per urlare un amore che, per quanto profondo e radicato, non so più né da dove né da chi nasca. Non è un amore che avvolge, che unisce. Non sta sopra, non sta sotto. E nemmeno dietro o davanti a me. Dentro ancor meno. 
E’ un amore che attraversa. 
Ed attraverso l’amore voglio poter continuare a sciogliere la galaverna, vera protagonista di questa storia di un inverno milanese. La galaverna che, tenace, non è brina e manco neve, si deposita, stratifica, ghiaccia e rischia di farti scivolare.

domenica 5 dicembre 2010

Alzheimer Disease



1.      Ti ricordi quando strappavi lo scotch e stappavi la penna per lasciarmi piccoli inconsapevoli segnali di te sull’armadietto?
2.      Ti ricordi quando hai detto a tutti del mio compleanno? E quando hai confidato solo a me del tuo desiderio di  un tango in un porto sicuro?
3.      Ti ricordi quando fumavamo solitari le nostre sigarette su una panchina nascosta sul retro?
4.      Ti ricordi quando le nostre mani si sono allacciate sul ponte del belvedere delle lavandaie?
5.      Ti ricordi quando abbiamo perso la lucciolata, ma non abbiamo perso il treno che stava passando davanti a noi in quell’istante?
6.      E ti ricordi le attese a scadenza fissa, mentre la strada scozzese scorreva sotto la mia guida al contrario?
7.      Ti ricordi quella telefonata alla luna del nord, agli antichi di Maes Howe, al mare grosso e infinito che si schianta sull’Old Man of Hoy? Ti ricordi?
8.      Ti ricordi quella foto di riflessi al parco e una notte di Evita e di strusciamenti?
9.      Te lo ricordi il nostro primo bacio? No, io no.
10.  Ti ricordi sull’uscio della porta quando hai sbirciato dentro, che mi hai detto “E’ lei, è nostra!”?
11.  Ti ricordi i miei occhi lucidi di fronte alla frittura di pesce mentre canticchiavi non so più cosa?
12.  Ti ricordi le brioches al parcheggio del McDonald, ti ricordi che mi stavi raccontando dei tuoi clienti fissi in gelateria?
13.  Ti ricordi in auostrada senza colonna sonora che mi stavi ancora raccontando dei tuoi clienti fissi in gelateria?
14.  Ti ricordi le lacrime e il Papa?
15.  Ti ricordi il camino acceso e i nostri corpi sotto le coperte e le mani sotto le mutande?
16.  Ti ricordi il riso alle 2 di notte? Te li ricordi le scale scese e salite, il divano e il letto, il cespuglio e la pioggia, il lago e il ghiaccio, le bende e i massaggi, le bugie e la carne, la brace e la pace?
17.  Ti ricordi la tua firma sotto alla mia e in mutande alle 2 di notte in un caldo anomalo di ottobre?
18.  Ti ricordi lo spezzatino e la paura del baule?
19.  Ti ricordi le code al Dimeno? E giocare ad “Ok il prezzo è giusto” con la cassiera ad arbitrare?
20.  Non di meno ti ricordi i risvegli in bianco, la neve che ci isolava, i riposini al caldo?
21.  Te li ricordi i venerdì pomeriggio, i toast con coca-cola e il letto senza lenzuola? E poi i sabati col bacio transfinestrino o lo squillo postritorno?
22.  Ti ricordi la scrivania di tuo padre?
23.  E la merenda da tua nonna?
24.  E Mulan?
25.  E la canzone della cacca, mio principe cacca?
26.  I saldi ad Orio, quelli sì che te li ricordi.
27.  Ti ricordi Sherlock Holmes senza trailers?
28.  Ti ricordi quando ti massaggiavo con gli incensi e la musica? E quando ti massaggiavo senza incenso e senza musica?
29.  I grattini.
30.  Ti ricordi il mio taglio rockabilly?
31.  Ti ricordi quando russi cosa faccio sempre?
32.  Ti ricordi le increspature del mare da 10.000 piedi di altezza? Te lo ricordi che si vedevano lo stesso anche se non eravamo all’ala destra?
33.  Quel fantastico hamburger  tet-à-tet nel ristorante vuoto dell’albergo, quello sì, lo so che lo ricordi.
34.  E l’ustione del giorno dopo? E Tarragona dall’alto?
35.  E il bagno in piscina sul tetto? Il caldo catalano te lo ricordi?
36.  Te le ricordi le ciliegie più care della storia del commercio delle ciliegie?
37.  Te li ricordi i pulcini più sfortunati della storia dei pulcini?
38.  Te la ricordi la tua bocca aperta davanti ai sex toys?
39.  Te la ricordi la tua bocca aperta davanti alla Sagrada Familia?
40.  Ti ricordi quando palpeggiavo il capo del capo del tuo capo al mio esame? Te lo ricordi che non volevo ci fossi anche tu, come ogni volta? E tu, come ogni volta, sei venuto a sentire il mio esame?
41.  Ti ricordi come abbiamo sudato?
42.  Ti ricordi le cene a letto?
43.  E i gelati te li ricordi?
44.  E i giorni sotto al pergolato?
45.  E ti ricordi quando all’Esselunga hai accennato all’ultima volta insieme ed io mi sono
arrabbiata?
46.  Ti ricordi gli gnocchetti ai moscardini?
47.  E il gelato alla pesca?
48.  Ti ricordi come cambiava la vegetazione? Com’era arida?
49.  Te lo ricordi l’agnello vivo sullo stomaco?
50.  Ti ricordi come si chiama anche la ferratella?
51.  Te lo ricordi il cofanetto come mi piaceva?
52.  Te lo ricordi a dormire tu, io e il gatto sul divano?
53.  Te li ricordi veri i fulmini mentre ci lasciavamo galleggiare all’aperto di un piovoso giorno d’agosto in Brianza? Te lo ricordi il temporale monsonico in Brianza?
54.  E il picnic sul balcone?
55.  E dopo il picnic te lo ricordi il balcone?
56.  E dopo il balcone ti ricordi?
57.  E i pianti fuori dall’Ikea col portafogli vuoto?
58.  Ti ricordi quando ci faceva male il sedere dopo la prima pedalata al mare?
59.  Ti ricordi come eravamo rossi dopo il primo sole siciliano?
60.  Ti ricordi la sabbia nel letto?
61.  Ti ricordi la sabbia a raggrinzire la pelle?
62.  Ti ricordi la piazza alle 2 del pomeriggio? Il nulla silenzioso del caldo sud?
63.  Ti ricordi le discese e le salite in bicicletta?
64.  Ti ricordi il pranzo a ripararci dietro alla barca?
65.  Ti ricordi la galleria?
66.  Le infradito a premere sul fondo delle interdigitazioni, tirate dal pedale. Le infradito che scivolano con la sabbia.
67.  Ti ricordi le onde azzurre, sotto un cielo azzurro e gli scogli bianchi?
68.  Ti ricordi le grotte? E la pizza più buona dell’isola che non abbiamo mai assaggiato?
69.  Ti ricordi la prima volta in cui ho visto il vero principe cacca?
70.  Ti ricordi Glenn Cooper?
71.  Ti ricordi la festa di paese e la cena di pesce?
72.  Ti ricordi che abbiamo ordinato ben 3 secondi piatti e tu hai fatto la punta per tutta la sera a 5 euro sotto ad un tavolo?
73.  Ti ricordi il pazzo che cantava? E “i migliori anni della nostra vita”?
74.  Ti ricordi i fichi d’india?
75.  Ti ricordi le scale antincendio? Ti ricordi che non mi piace la pizza, ma che la mangio tutti i giorni?
76.  Ti ricordi tutto questo?
77.  Ti ricordi, amore?
78.  Ti ricordi?
79.  Ricordi?
80.  Amo?

Scoring system
Se ti ricordi almeno 80 di 80 “ti ricordi”, l’Alzheimer del nostro amore è ancora ben lontano dal manifestarsi.

NB
Anche i tatoni possono essere sottoposti al test.