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domenica 13 maggio 2012

Whistle, close enough.



Non voglio dedicarti una canzone d’amore, non vorrei paragonarti ad una primavera, ad un sorriso da perdere il fiato, a respirare, al cielo, al sole, alla forza dell’amore.
Non me la sento di dedicarti niente di intangibile, di cui a parole poeti e cantautori e patetiche presenze sanno riempirsi la bocca, ma chissà se ne sono piene anche le azioni.
Non mi vergogno a dire che mi vergognerei ad avvicinarti ad un tramonto, ad accostare i miei sentimenti ad un colore, un profumo, un tempo atmosferico, un evento circadiano, una sfumatura di teoria.
Tutto quello  che ti vorrei buttare addosso è la realtà poliedrica che ci è data di vivere: la puzza di vaniglia al momento meno opportuno, il sudore, l’alito cattivo, la volontà di farsi capire, di non deragliare il biposto bimotore, pragmatismo ed esoterismo, un abbraccio stretto stretto nel dormiveglia, le sprimacciate prima di dormire, i silenzi perplessi e quelli assorti, la felicità della consuetudine e la paura della routine, la complicità di anni nata dalla sintonia di un attimo, la barba, i peli, il sangue, il tatto più estremo.
Io godo e soffro, senza fronzoli o grandi giri di parole. Godo della realtà mia di cui fai parte. Della realtà nostra che dobbiamo assolutamente vivere, toccandola, mangiandola, urlandola, approfittandone scostumatamente, prepotentemente di peso, come se non ci fregasse niente di nient’altro, una corsa ad accaparrarsi i posti migliori e fanculo a tutti gli altri, che poi, quando ti siedi e puoi stendere le gambe,  ti giri e mi guardi soddisfatto.
Fiiiischia.

mercoledì 28 marzo 2012

Tic tac



La tua barba segna il tempo che passa
il tuo sguardo che matura,
i tuoi lineamenti che invecchiano.
Hai perso il guizzo dell'adolescente
ne rimane traccia solo quando ridi di gusto,
all'inizio, che sembran due singhiozzi.
La tua barba ha tre colori:
quello castano adulto e forte,
quello rossastro delle montagne autunnali,
quello biondo di una foto di bambino.

domenica 23 ottobre 2011

Another lesson




Ho imparato che le cose spesso e volentieri non vanno come vorresti, 
ma che chi ti ama sempre ti bacerà con devozione i palmi delle mani.
Che torna sempre indietro ciò di cui ti vuoi disfare, 
ma se lo regali col cuore te ne liberi per sempre 
e puoi rendere davvero felice qualcuno.



lunedì 27 giugno 2011

Instant karma gonna get you



C'é un attimo che conserva ancora il principio del tutto.
Un attimo di silenzio e affanno,
fra lo spasimo dell'ingordigia.
È un attimo di incontri,
di intrecci di gambe e di braccia,
di sguardi d'attesa col fiato sospeso.
Un attimo che apre ad un piacere
nuovamente ritrovato,
salutare dipendenza
accolta in un sospiro.
Di nuovo un sollievo seguito da un brivido,
gli occhi sfuggono verso l'altrove
di cui mai se ne ha abbastanza.


A quell'attimo sacro, io debbo profonda venerazione.

giovedì 9 giugno 2011

Before you cross the street, take my hand. Life is what happens to you while you're busy making other plans.



C’è stata una volta, lunga soggettive ere geologiche, in cui dalla mia scrivania ogni giorno mi voltavo a sinistra abbassando lo sguardo, a fissarmi sull’attraversamento pedonale in fondo alla via. Avevano riverniciato da poco le strisce ed avevano anche approfittato dell’occasione per farci un dosso, così le macchine dovevano rallentare.
Ogni volta che mi voltavo a guardarlo, pensavo a quante cose intorno a me stavano cambiando. Ogni cosa che cambiava era un pezzo, assolutamente indefinito, di distanza che interponevo fra me e lui. Come se da loro dipendesse anche il temperarsi del mio dolore, un passo in più verso la serenità.
Così ho visto cambiare un divano, le strade e i sensi unici, auto, cartelli, pub e stagioni. Ogni cambiamento, una nuova evoluzione. Lasciar fare passivamente al tempo ciò che attivamente io ero ancora lontana dal comprendere di fare.
Quando mi telefonò, dopo due anni per la prima volta, mi ricordo che mi disse con rammarico che la nostra storia era caduta come le foglie in autunno inoltrato e nessuno dei due aveva avuto l’accortezza di ricercarla sotto quel cumulo di secco arancione. Quando me lo disse io stavo guardando proprio l’attraversamento pedonale. Ed era autunno, proprio come quando quel pomeriggio nel parco, fra foglie cadute e marcite sotto la pioggia battente, mi disse che non sapeva se mi avesse mai amata. Era autunno come quando con gioia infantile saltavo su montagne di foglie senza aver paura di farmi male, perché era soffice e bello, perché scricchiolavano tutte, seccate al sole. Era una domenica di sole, non l’ultima che trascorremmo insieme, me lo ricordo.
Era un ricordo sepolto da foglie, speranze cadute, sogni mai fatti e disperazione a secchiate come la pioggia battente mentre cercavo fra le lacrime di capacitarmi del vuoto allo stomaco, come se m’avessero bucato l’addome e mi ci si vedesse attraverso l’abbraccio di addio.
Penso a tutto questo quando guardo le strisce pedonali sotto casa mia.

Poi c’è stato un momento, un momento che sarà durato il tempo in cui una mano abbassa la maniglia per aprire una porta. In quel momento d’inerzia ho smesso di vedere le tue iridi ed ho focalizzato la mia immagine capovolta sulla tua retina. Quando mi sono vista a testa in giù è scattata la maniglia e si è aperta la porta. E mi son trovata in una stanza con un letto in penombra e un po’ di fresco che arrivava dalle finestre. L’odore delle lenzuola pulite ed un altro autunno alle porte.
Quando ti guardo mi fermo. Desidero che nulla cambi, ma che tutto cresca.
Quando ti immagino ti vedo col vuoto intorno, perché niente è importante tranne ciò che vedo. Quando la prima volta ho avuto la tua faccia fra i miei capelli, sotto il mio naso, di fronte ai miei occhi, ho sorriso dolcemente, senza svelare i denti, come faccio anche ora, che i miei capelli, ormai troppo corti, non contornano più il tuo volto.
Ti immagino sospeso nella mia serenità, librarti senza fatica in ogni direzione di quello spazio invisibile tracciato dai morbidi sentimenti che nutriamo.
Quando ti immagino, io immagino il mio sorriso.
E quando mi chiedi, ad un centimetro dalla mia bocca, a pochi minuti dalla truce carne, perché rido, io te lo vorrei dire sempre perché rido, ma è talmente banale e naturale, che non mi viene mai di mettere insieme le parole. Così ieri ti ho detto che ridevo del presente. Perché guardarti negli occhi mi fa pensare a tutto questo. A quanto sto bene ora che non salto più fra cumuli di foglie secche. Perché io me lo ricordo tutte le volte che ti guardo che sono fortunata. Perché sto con te e può passare anche l’autunno.

lunedì 21 marzo 2011

Unravel your never-ending task, Penny!


La donna che s’accontenta fa l’amore con sé stessa.
La donna che s’accontenta sente di amare solo se privata,
quando tragicamente si sacrifica in nome di nulla di meritato.
La donna che s’accontenta scende a patti con una sé sbagliata.
La donna che s’accontenta scambia la paura per  pazienza
e si riconosce virtuosa naufragando nell’isola degli ormai.

La donna che ama fa l’amore col mondo,
Dona amore sorridendo, riempiendosi il cuore di magnifico.
La donna che ama acquista valore aggiunto senza mai comprarlo.
La donna che ama aspira al bene, conoscendo il male.
La donna che ama porta pazienza come piume d’angelo,
ed è felice quando salpa dal porto verso il mare dei chissà.

La donna che ama non è donna che s’accontenta.
La donna che s’accontenta non è donna che ama.

giovedì 24 febbraio 2011

Storyteller


Questa è la storia di un lento disgelo, di cui si avverte il sentore, ma ancora si fatica a percepirne il tepore. 
Troppi pochi giorni fa pioveva dagli alberi, sotto un timido sole abbastanza tenace da sciogliere tutta la galaverna che la fredda nottata milanese aveva depositato. E un’infreddolita figura ci passava sotto, non potendoli evitare, giacchè erano ovunque lungo il viale per arrivare alla metro. Si sentiva leggermente sollevata nel vedere questo fenomeno naturale e pensava e sperava che il sole facesse con lei quello che stava facendo con gli alberi. Sperava di scongelarsi anch’essa, rivelando, sotto i cristalli d’inverno, delle gemme che presto si sarebbero schiuse.
La primavera, però, a gennaio non s’è mai vista e l’inverno di Milano era un inverno nel cuore. 
Disgeli a parte. 
Questa storia non ha un seguito e men che meno una fine. Questa storia ha un senso se non raccontata, perché non tutte le storie hanno il compito di essere divulgate, alcune hanno solo il compito di essere vissute, immaginate, ricordate o seppellite. 
Io questa storia la voglio seppellire, farne un funerale, ma prima seguirne il feretro fino al cimitero, in una processione di pensieri e considerazioni in divenire. Preziosi ed affettuosi, come rapporti mai vissuti ed abbracci di addio, che racchiudono consapevolezze intime, di chi sa e teme che presto partirà per un lungo viaggio. 
Di questa storia accenno ad un lungo sonno senza fine, in cui ti accoccoli un giorno che sei tanto stanca e non vorresti più svegliarti. Dormono i sentimenti, dormono le gioie, dorme l’ingenuità dell’animo. Tutto tace. 
Accenno a un lento risveglio che nemmeno le sveglie più tenaci possono sconfiggere se manca una pila nell’anima. 
Accenno ad un viaggio non fatto e che avrei tanto voluto e ad uno fatto che non avrei voluto fare, che col senno di poi, è stato giusto e fatale proprio così, che Valencia no e Roma sì. 
Accenno a parole piovute addosso come la pioggia dagli alberi, non altrettanto leggere, ma forse altrettanto sporche ed acide come le precipitazioni atmosferiche nel milanese. 
Accenno ad una forte stretta di addio, un saluto silenzioso che mi piace pensare racchiudesse i non detti e non fatti e verità tenere avvolte da paure comuni, semplici, vere, da giustificare. Accenno ad un piccolo segreto che rimarrà mio e solo mio e forse dimenticherò come questa storia che non voglio raccontare perché non so farlo. 
Una storia di vita non si racconta quando la si vive, semmai più tardi, quando non si vive più o si sta vivendo altro. 
Una storia di vita è fatta anche di tristezza e di amore. Di esigenza di soffrire, pur continuando a ringraziare chi si vuole perché comunque ci si sente fortunati. 
Di questa storia mi rimangono ancora gli echi di lontana tristezza ed un megafono per urlare un amore che, per quanto profondo e radicato, non so più né da dove né da chi nasca. Non è un amore che avvolge, che unisce. Non sta sopra, non sta sotto. E nemmeno dietro o davanti a me. Dentro ancor meno. 
E’ un amore che attraversa. 
Ed attraverso l’amore voglio poter continuare a sciogliere la galaverna, vera protagonista di questa storia di un inverno milanese. La galaverna che, tenace, non è brina e manco neve, si deposita, stratifica, ghiaccia e rischia di farti scivolare.

mercoledì 8 dicembre 2010

Apoptosi

Lasciarsi a Milano

D’ inverno
con la pioggia che cade
sulle storie finite.
È così strano
l’inferno
con il gelo che scende
su questo atroce dolore,
così disumano;
di notte
con il sonno perduto
su questi ricordi.
E’ così strano
lasciarsi un giorno d’inverno
a Milano.



martedì 30 novembre 2010

Rules for dudes


Rinchiudimi in una regola.
Una regola che regoli la felicità. 
Che regoli la tristezza. 
Che regoli le persone che ti fanno felice, che ti fanno triste.

Rinchiudimi in una regola.
Una regola val bene la tranquillità. 
E chi è tranquillo è sereno. 
E, si sa, la serenità regola la vita.

Rinchiudimi in una regola.
Qui è bene e qui è male. 
Scelgo dove sto che poi così ci si regola.

Rinchiudimi in una regola.
I miei gusti, i miei principi, il mio carattere. Ciò che mi regola.
Ti prego, rinchiudimi in una regola.

Fammi sentire che a me ci tieni, che non mi vuoi mai lasciare andar via. 
Che di me hai bisogno. 
Hai bisogno di una regola.

Rinchiudimi in una regola.
Affinchè finiscano i giochi ed io non possa più respirare. 
Perché non ci sia più nulla da scoprire.

Rinchiudimi in una regola.
Che poi ci siam già detti tutto. 
E se tiri troppo la corda si spezza 
e poi, io che son buona e cara, ti faccio vedere che cosa succede.

Rinchiudimi in una regola.
La regola della buonanotte. 
Del ti penso a tutte le ore. 
Del sogno che si avvera.

Rinchiudimi lì, in quel clichè.
Del ti amo, ma pretendo.
Dell’affetto, ma sta’ attento.

Richiudi ancora un po’.
Rinchiudi la sorpresa nell’aspettativa. 
Rinchiudi l’aspettativa nell’attesa. 
L’attesa della resa dei conti.

Logora.
Da dentro, l’amore.
Da fuori, la paura di sé.

Brucia.
Da dentro, l’ingenua passione.
Da fuori, il bisogno di farsi sentire. Da sé.

E non son gli opposti. E non son niente.

Il giudizio, né a me né agli altri.

Fai, senza troppe parole.
Come da piccolo.
Senza che nessuno ti veda.

sabato 20 novembre 2010

"Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato."
George Orwell 

It’s raining cats and dogs

Piove.
Qui lo dico, e pure ad alta voce, perché la pioggia che batte sul mio soffitto mansardato fa molto rumore. Molto.
Sabato, in un’altra giornata uggiosa, sono andata a tagliarmi i capelli: da capello corto a capello corto. Da normalità ad audacia.
I consensi raccolti naturalmente non sono stati unanimi, ma quel che importa è che le persone giuste abbiano a loro modo espresso gradimento:
1.      Il mio ragazzo ha espresso gradimento in maniera molto convincente. Mui gradimento.
2.      Il mio migliore amico ha espresso gradimento in maniera molto fashion. Very pleasure.
3.    Il mio “mentore” ha espresso gradimento in maniera sociopatica. Emozione, molta. Emozione, molta. Pipa, fumo, un minuto, lavoro, di nuovo.
4.    Un nobile professore ha espresso gradimento con modi da mollusco. Grazie mille. Fa specialmente piacere.
Gli altri li ringrazio lo stesso, non tanto perché abbiano ugualmente espresso parere riguardo ad un argomento frivolo come il taglio di capelli, quanto perché abbiano comunque voluto partecipare di un argomento frivolo come il parrucco.



In quest’autunno di pioggia stare in equilibrio sugli alberi, le foglie gialle e rosse che moh cadono, significa avere un georgiano nella stanza accanto, che, paralizzato lui, paralizza dalla paura anche chi capita in corridoi di reparti proibiti. Significa, però, anche organizzare un'alternativa ad un noioso sabato sera, organizzare una cena di Natale in famiglia, con nuovi membri, significa immaginarsi future famiglie, con me come capafamiglia. E tanti rami, quest'albero, per fortuna!
Stare in equilibrio aiuta a non cadere, a stare sempre attenti a rimanere in equilibrio. Stare in equilibrio è quasi una garanzia, allora.
Ci penso e mi rendo conto che ci son cose che lascio apposta in uno stato di precarietà, per potermi accertare ogni giorno che siano ancora nel loro stato di precarietà. Ed ogni giorno contemplarle ed ogni giorno prendermene cura. Ci penso, prego per loro, voglio bene. Insomma. Così.
Vorrei che tutto potesse camminare su un filo. O meglio, vorrei che tutti sapessimo che ogni cosa di noi, ogni cosa a noi cara, ognuna delle nostre vite cammina su questo filo. E vorrei che tutti stessimo sempre a riaggiustarci e a riaggiustare un equilibrio, stando attenti a quando questo possa venir meno, anticipando questo momento, se no sarebbe troppo tardi.
Ci son volte in cui ti metti la mano davanti agli occhi, ancor prima di guardare l’orizzonte in una giornata di sole. Lo fai prima. Prima che questo ti accechi e ti impedisca di vedere.
La lungimiranza è l’arte dell’equilibrista: aggiustarsi i contrappesi prima di avvertire forza, direzione e verso. La lungimiranza è un’accortezza che i saggi ed esperti equilibristi adoprano con disinvoltura ineccepibile, ma è snobbata e derisa dall’incosciente che, per la prima volta sul filo, crede di poter prevenire una caduta, regolando il suo equilibrio, una volta che questo venga meno. Invece non c’è bisogno di conoscere ciò che ti farà vacillare per sapere che ti potrebbe far cadere. Non c’è bisogno di affrontare un pericolo per sapere che potrebbe essere tale. Non c’è bisogno di aver camminato sul filo tante volte per sapere che a cadere c’è sempre la possibilità.
C’è solo da riaggiustare gli equilibri, perdendoci la vita a conoscere di noi stessi ogni singola fibra muscolare che ci possa aiutare in questa impresa. E perdendoci i ghigni, le espressioni, piccoli segni di noi, intenti ed attenti. E noi non sappiamo, eppure ci sono.
[Così come non sanno, quelli nella 9, di chi ci sia nella 10F. Eppure c'è.]

martedì 16 novembre 2010

Due anni fa.

Mi sentivo così:


Nella strana anomalia della mia esistenza, i miei sentimenti non erano mai venuti dal cuore e le mie passioni erano sempre venute dalla mente.
Edgar Allan Poe 



lunedì 1 novembre 2010

Let them be you



Nella notte dei travestimenti, dei mostri e delle streghe, incontrando la morte dentro una Micra sulla strada per Rozzano, nella notte di Halloween, le coppie Luini e Peccati si sono date ai giochi in scatola.
Visual Game è stato vinto dalla coppia Luini, al che il mio ragazzo sportivissimo ha esclamato “Cambiamo gioco. Non mi piace perdere!”. E capisco come mai Dio li fa e poi noi ci accoppiamo. Lo capisco benissimo io, che, in un impeto di noia, dopo aver perso a Monopoli, aspettando che gli altri finissero il gioco, mi sono messa a giocare a biglie col fiaschetto, la mela e le altre pedine e pure con le casette, destando le ire dei partecipanti. Ero giovane, in una vacanza di capodanno di pochi anni fa.
Il mio amico Luino ha appena intrapreso un corso di improvvisazione teatrale ed è talmente entusiasta che propone “Giochiamo a Visual Game mimando!”. E capisco come mai siamo nati lo stesso giorno. Noi pesciolini ci piace molto giocare come quando si era bambini “Facciamo che io ero la mamma e tu eri il figlio cattivo…”.
Io sono contenta di mettermi a mimare proverbi e frasi celebri, mentre Luina e il mio ragazzo sportivo e vergognoso sono assolutamente contrari. Raggiungiamo un accordo: i pesci mimano e i gemelli disegnano. Una sorta di Visual Game autistico fra i vari concorrenti e fra i giocatori della stessa squadra, ma fra di noi ci si capisce e quindi il gioco ha inizio.
Quando ti vergogni a metterti in ridicolo, ma scopri che le altre persone sarebbero più ridicole di te nel farlo, eppure lo fanno lo stesso e non gli importa del giudizio, ma solo di ridere e di far ridere, allora non ti vergogni più, anzi ti ci butti e ci prendi gusto e non vedi l’ora che arrivi il tuo turno per le imitazioni. Il mio ragazzo sportivo è passato, così, da modalità vergognosa a cinema storico hollywoodiano. Io sono molto fiera di lui, cinematograficamente parlando.
Siamo pari. Peccati contro Luini. Medici contro fotografi. Noi ne sappiamo, ma loro ne vedono.
Pesco una carta e mi capita “Sano come un pesce”. A fare il pesce è facile, ma come si fa ad imitare una persona in salute? Nella concitazione della clessidra, ho deciso di imitare un perfetto stato di salute, passando dapprima per la malattia. Perché la malattia è statica, riproducibile, ma la salute proprio no. La malattia ti ferma e desta attenzione, la salute invece è scontata e non la riconosci (a meno che tu non lavori in un reparto per acuti e allora ringrazi il cielo di vedere gente che cammina sulle proprie gambe).
Questo mi ha aperto un interrogativo mentale che mi attanaglia anche oggi che le streghe si son tolte il cappello, ma non possono togliersi il loro brutto porro sul loro grosso naso.
Penso che la malattia sia sopravvalutata e la salute sottovalutata. Non parlo della salute fisica: questo è un tema molto delicato, in cui la malattia assume una dimensione molto personale e non assolutamente criticabile. Parlo, invece, della salute mentale, intesa come senso di benessere psicologico, al di là della patologia psichiatrica, e quindi documentabile.
Il disagio interiore è IN, star bene dentro è OUT. Mi sembra che la gente arranchi nella tristezza, per poi crogiolarsene nel proprio intimo. Mi sembra che la gente faccia la guerra con sé stessa, invece di creare la pace con gli altri. Mi sembra a me, ovviamente.
Io non sopporto la mancanza di serenità che trasuda da molte affermazioni che sento, da molte parole che leggo in giro, anche e soprattutto per l’etere. Leggo di questi disguidi interiori che, invece di essere superati, vengono reiterati. Io non sopporto la reiterazione di un atteggiamento negativo. Non la sopporto perché ne ho paura. Io ho paura della gente infelice. Gente, non ti vieto il diritto all’infelicità, ma ti vieto di abrogarti di diritto la costante all’infelicità.
Io, nei miei momenti bui, ho sempre desiderato ardentemente essere felice. Poi, quando i momenti bui sono passati, ho capito che felice lo ero anche quando non riuscivo a vedere ad un palmo dal mio naso. Ero disperata, ma felice. Ci speravo e questo bastava a sentirla. Ho provato a crogiolarmi nei dolori e i dolori diventavano ancora più atroci. Così non mi sono fermata e loro mi hanno seguita, fedeli. E la fedeltà si è trasformata in una grande spinta: quando mi fermo, loro mi spingono avanti. Giusto o sbagliato, questo è il mio modo.
Gente, giusto o sbagliato, questo è il tuo. Io, però, ad avvertire questo grigiume, questa uggiosità del paese in cui abiti, questo digrignare di denti, questo ricacciare indietro le lacrime, questo conversare solo fra te e te, io, dicevo, nel tuo paese non ci voglio venire, manco per un weekend. Perché mi fai rabbia e paura. Paura, soprattutto.
La rabbia e la paura le so imitare, la salute no. Ed io vorrei esprimermi solo attraverso quest’ultima. Quindi, gente, scusami, ma non scomodarti nemmeno a mandarmi una cartolina. Vieni a trovarmi tu, semmai, che qui c’è il sole anche quando piove. E quando nevica c’è un camino caldo e scoppiettante e odore di legna bruciata e un sacco di risate. Mimando “prender lucciole per lanterne”. Se poi ti dovessi perdere, ricordati che “tutte le strade portano a Roma”.

domenica 31 ottobre 2010

Connecting people



All’incirca un mese fa, anzi, per essere precisi, il 23 settembre, mi sono recata al centro Wind. 
Io ho avuto per anni una relazione complicatissima con un’altra compagnia di telefonia mobile, che mi corteggiava, mi illudeva, mi faceva i regalini, le sorpresine, si ricordava di tutte le ricorrenze, veniva in vacanza con me all’estero (romanticissima Parigi al telefono), per poi alla fine chiedermi il conto di tutto. Carissimo.
Così, piano piano, ho aperto gli occhi e con atroce sofferenza mi sono fatta forza, ho preso tutto il coraggio che avevo e son passata alla concorrenza, senza dirglielo.
Quindi il 23 di settembre, sabato piovoso (mi sono rotta il mignolo destro contro la portiera della punto, ndr), ad orario di chiusura, con la paura e l’attrazione per il nuovo, il proibito, ho aperto la porta “Dlin-dlon” del centro Wind ed una squillantissima biondina mi ha accolto, come si accoglie un buono omaggio per una lampada in un centro abbronzante.
Gentilissima e spigliatissima approva il piano telefonico che ho sapientemente deciso insieme al mio economo di fiducia, Andre. Dammi la carta di identità, dammi il codice fiscale, fotocopie, zip e zap, la portabilità del numero, le promozioni che ci vuoi, firma qui qui e qui.
Tra una firma e l’altra, decisa preventivamente con la giuria a casa (Andre) la promozione che più conveniva, esclamo “E poi voglio noidueanlimited sul mio numero, per chiamare un altro numero wind che adesso compro per il mio ragazzo”.
Gelo.
“Sei sicura?!”, squittisce lei, allarmata, strabuzzando i suoi esoftalmici bulbi blu. Certo che sono sicura, che domande, spendo un misero euro a settimana e ci parlo gratis, col mio ragazzo wind.
Bisbiglia una maledizione “Sai, tutti quelli che fanno questa promozione poi si lasciano…”.
Bene, non mi pare nemmeno il caso di commentare una simile scemenza, frutto di ignorante superstizione e concludo il mio contratto d’acquisto salutando e facendo le corna.

Perché mai due che si amano e decidono di amarsi parlando al telefono gratuitamente dovrebbero lasciarsi? Forse proprio per il fatto che iniziano a parlare un sacco, cosa che prima non avrebbero fatto se le parole non fossero state gratuite? Forse che i fraintendimenti diventino gratuiti, pure quelli?
Non mi tocca affatto questa faccenda. A me non può capitare. Il mio futuro ragazzo wind ed io siamo due rane dalla bocca larga. Poverini gli altri.

Pochi giorni dopo, mentre sono in quel di Favignana, il cambio dell’operatore è definitivo: Totti ed io ci siamo lasciati, mi consolo fra le braccia di Panariello. Il mio ragazzo wind non lo chiamo ancora perché tanto stiamo facendo le vacanze insieme.
Torno dal limpido mare nella plumbea Rozzano e decido che è giunto il momento di fare chiacchiere col mio ragazzo wind.
Wind, il numero da lei chiamato non è attivo.
E io con chi parlo.
Con chi mi sfogherò, a chi racconterò le mie felicità, i miei disagi, con chi darò un nome alla mia vita? Non posso esser privata di parola, non posso rimanere ammutolita quando ho un fiume di parole pronto a sgorgare dalla mia bocca.
Non posso raccontare i miei disagi al disco registrato della Wind. Io ho bisogno del mio ragazzo wind con cui condividere le sfighe wind e le gioie life.
In non mi ricordo quale parte del mondo, spersa in qualche rima di terra esotica, c’è una popolazione che ha avuto un altissimo tasso di suicidi. Nel capire la motivazione di questa moria volontaria si è giunti ad una sensazionale scoperta: il loro linguaggio prevedeva la parola “dolore” per esprimere il concetto di “dolore fisico”, ma non esisteva nella loro lingua alcun tipo di vocabolo per esprimere il dolore psicologico, il dolore morale, il disagio interiore. Queste persone avevano bisogno di comunicare la loro sofferenza profonda, ma non avevano parole per poterlo far capire. Se anche l’avessero detto nessuno li avrebbe capiti.
Di fronte a cotanta frustrazione, l’epilogo fu la fine della vita.

Così inizio una serie di periodiche telefonate al centro Wind e un rapporto wind con la biondina con l’esoftalmo wind. Cerco ogni volta per tre settimane di spiegarle il problema e lei, ogni volta, frettolosa, mi squittisce che ha capito e che le devo dare:
-          La prima volta: il numero di telefono, attivazione in 24 ore, ciao.
-          La seconda volta: dammi il codice che c’è sulla scheda sim, attivazione in 24 ore, ciao ciao.
-          La terza volta: ah, sei tu, devi darmi anche il codice fiscale, te l’avevo detto l’altra volta? Ciao.
-          La quarta volta vengo io di persona da te e ti spiego bene quali sono gli errori di comunicazione fra te e me e tu mi attivi seduta stante la scheda sim sulla quale ho attiva una promozione di cui non posso usufruire. Ti spiego perché pago un euro a settimana per parlare con un ragazzo wind che non esiste.
-          Sempre la quarta volta, di persona, stavolta in bicicletta, ti spiego anche perché, secondo la tua teoria, tutti quelli che fanno questa promozione si lasciano. Ti spiego che si lasciano non perché parlino troppo e vadano incontro a fraintendimenti gratuiti, ma proprio per il contrario: non si parlano più. La loro parola non esiste e così non riescono ad esprimere sé stessi, annientandosi in una finta relazione telefonica, coi discorsi di prevalente contenuto qualunquista e menefreghista.
-          Commessa wind, io non voglio parlare dei massimi sistemi dell’universo, voglio solo comunicare. Anche solo per dire “Ciao, ti devo salutare che mi scappa la cacca.” Perché solo la comunicazione mi garantisce di non diventare stitica. Perché a furia di non evacuare, prima o poi si esplode. (Sono geriatra, non gastroenterologa)

Ringrazio tutte le morti mute, quelle morti per mancanza di parole. E ribadisco qui l’importanza di un’efficace (e non efficiente) conversazione.
Ribadisco che tutte le parole, purchè non offensive e cariche di frustrazioni, sono ammesse in ogni rapporto. Lo aiutano a crescere, lo approfondiscono, lo arricchiscono di forti emozioni, gli regalano la partecipazione.
Parlare è partecipare. Partecipare è un bellissimo regalo.
Ragazzo wind, fammi tanti regali dal sabato del Santuario di Caravaggio, perché non voglio vivere più venerdì come i poveri abitanti della Papua Nuova Guinea, o dove stavano loro.
Lascia che le tue parole e i tuoi sentimenti, di qualsiasi natura siano, viaggino nel wento, sino a me, che t’amo e lo so dire, se no esplodo.

domenica 17 ottobre 2010

Sindrome temporale

Simona senza tempo dentro la sua casa senza tempo.
La mia casa ha perso il tempo.
E’ sempre in ritardo, ma anche in anticipo. Questo dipende dai punti di vista: in ritardo per un oggi, presente che non esiste, in anticipo per un domani, futuro che non c’è.
Le lancette si sono fermate. Tutte insieme.
Quelle dell’orologio grande e giallo in cucina, che, tra l’altro, non mi è mai piaciuto, sia perché orologio, sia perché di colore giallo. Si sono fermate: avevano il fiatone alle 7, alle 8 ci arrivavano con delle riserve disumane di acido lattico nel tricipite lancettino - formato dai 3 capi, lungo delle ore, medio dei minuti, corto dei secondi – per poi arrestarsi, indurite da atroci crampi alle 9. E non ci son massaggi che tengano. Solo ritardo. In reparto, la mattina.
Quelle della sveglia Ikea70cents. Toni validi, bradicardici, aritmici, pause apparentemente libere. Stacco il fonendoscopio e decido di attaccarle gli elettrodi per effettuare un ECG, così al volo, e vedere di capire di che si tratta. Ecco: TIC TAC – TIC TAC – TIC … - TIC TAC – TIC TAC – TIC … - e così via.
Mumble, muble. Se non ricordo male dovrebbe essere un Blocco di II grado, un Mobitz 2. Eh, sì, perché l’intervallo TIC-TAC è sempre lo stesso, ma con un periodismo di 2:1, al complesso TIC non segue il complesso TAC. Non conduce. Vuol dire che alla depolarizzazione della pila, non corrisponde una contrazione delle lancette.